E none le chiacchiere

E NONE CopertinaIl seguito di «U’ megghie sì tu»

«E none le chiacchiere»

«E none le chiacchiere» (Editrice Scorpione) è il secondo divertentissimo capitolo su pregi e difetti dei tarantini, autore compreso, scritto dal giornalista che debuttò due anni fa con il romanzo «Quei ragazzi casa chiesa e pallone» (Editrice Scorpione).

Segue il successo del primo, sullo stesso tema, «U’ megghie sì tu», pubblicato un anno così da risultare fra i titoli più venduti dello scorso Natale. Fatti, racconti-bonsai, piccole e divertenti filosofie: i rapporti fra tarantini, una certa perfidia e i modi di fare, quotidiani, davanti ai quali spesso non ci fermiamo a riflettere. Sono sotto i nostri occhi e quello che prova a fare il libro  «E none le chiacchiere», è un invito alla riflessione, a trovare tracce di se stessi con quel pizzico di autoironia che sicuramente non manca a quanti amano sorridere anche di se stessi. E a riderci sopra.

Pensionati, matti per la birra Raffo, scivoloni lessicali e colpi di tacco, tifosi di calcio e tanto altro ancora. Il primo capitolo, che la dice lunga, sul resto di questa seconda piccola opera, apre più o meno in questo modo:

«U’ sté vide a quidde? Fra tre mesi ha chiuse!». No’ stè ninde da fa’. Niente da fare. Del tarantino perfido, pigro, che aspetta comodo qualcosa che gli accada intorno, perché poi in punta di lingua lui faccia scoffolaretutto in un attimo, abbiamo già dato. Lo iettatore seriale, però, un classico del nostro variegato mondo abitato da demolitori di professione, andava segnalato…

 

Prefazione a cura di Giuliano Pavone

Fosse stato un falso modesto, Claudio Frascella questo «U’ megghie sì tu» secondo volume avrebbe potuto chiamarlo «Perseverare è diabolico». Fosse stato poliglotta, l’avrebbe intitolato «U’ megghie sì two», come due in inglese. Ma Claudio Frascella è Claudio Frascella, così l’ha chiamato «U’ megghie sì tu, e none le chiacchiere».

E in fondo ha fatto bene. Non solo perché in questo modo ci ha calato fin da subito in quel ritmo vernacolare, formato da frasi fatte o invece genialmente coniate all’istante, che attraversa questo libro come una vera colonna sonora, ma anche perché «e none le chiacchiere» è una specie di rafforzativo, e il rafforzativo qui ci sta tutto.

«E none le chiacchiere»: come dire «Qui si fa sul serio, che vi credete?». Insomma, fatti, non parole. Perché in fondo a raccontare un paio di aneddoti simpatici e a scherzare su qualche modo di dire particolarmente buffo siamo buoni tutti. Magari non con la verve di Claudio, ma siamo buoni tutti (la verve? Ma non aveva solo i baffi?!). Invece trovare sempre nuovi spunti in un terreno che pure è stato già esplorato, be’, per questo sì che bisogna davvero essere u’ megghie.

E qui viene fuori il Frascella giornalista. Quello che trova gli spunti per le notizie anche dove proprio sembrano non esserci, e che trasforma persino la più banale situazione quotidiana in un trattato di tarantinità applicata. E quello che – qualità rara – riesce sempre a mettersi in sintonia con chi gli sta di fronte, raccogliendone gli umori più profondi e riversandoli poi nella pagina scritta.

I libri di Claudio sono preziosi perché parlano di una Taranto vera e attuale. Di opere su usi e costumi, o sul dialetto, o di storia locale della nostra città ce ne sono a bizzeffe. Ma sono tutte più o meno ammantate di quella nostalgia un po’ stantia, di quel«si stava meglio quando si stava peggio», di quel «le megghie sime nuje» detto senza neanche un pizzico di autoironia. In «U’ megghie sì tu», invece, nell’autoironia si è immersi fino al collo, e la città è quella di oggi, fotografata nelle instancabili ricognizioni dell’autore da via D’Aquino ai Tamburi e ovunque lo portino le storie e le persone che meritano di essere raccontate.

Claudio non idealizza la realtà, semmai ne fa una caricatura (ma neanche troppo: spesso per far ridere basta raccontare le cose come stanno) e riesce, attraverso una serie di episodi minimi, a tratteggiare una storia più grande: quella di Taranto, città unica, che ogni giorno ci fa ridere e arrabbiare, e non finisce mai di stupirci.

Giuliano Pavone